“Quando penso ad una persona che non vedo da tempo, quando mi manca un amico o un famigliare la prima immagine che compare nella mia mente è quella di un abbraccio. È stato proprio in una giornata di solitudine seduto sulla poltrona di casa, mentre pensavo ai miei amici, che ho sentito il bisogno di condividere questo sentimento imbracciando la chitarra”.

L’abbraccio è un gesto semplice, spontaneo che racchiude nella sua essenza il calore dei genitori, la sensazione di essere riconosciuti, il piacere di essere amati, il bisogno di esser accolti e rassicurati. Tutti i mammiferi si abbracciano: un koala che stringe i suoi piccoli, i leoni che si strusciano la criniera e i fianchi, le gazzelle che si avvinghiano con il collo. Non solo. Si abbracciano gli uccelli quando dispiegano le ali attorno ai piccoli o i pinguini che si stringono sul ghiaccio. E’ un gesto scritto nel nostro DNA, imprescindibile e in alcuni momenti assolutamente necessario.

In equilibrio tra corpo e psiche, abbracciare è un gesto concreto e fisico sì, ma ha un risvolto psicologico essenziale che porta sicurezza, unione, fiducia e intimità, oltre ad essere un gesto universale di pace. L’abbraccio stimola la produzione istantanea di ossitocina e di endorfine, neurotrasmettitori che riducono la soglia del dolore e favoriscono il benessere, il respiro si sincronizza, il battito cardiaco si rasserena, sgorga un senso di appagamento. Stress, ansie e timori volano via e si rafforza il sistema immunitario. Meno intimo ed esclusivo di un bacio, l’abbraccio è per tutti, in certi casi è una vera e propria terapia.

E proprio l’abbraccio è il gesto, occasione di contatto fisico, che il Covid ci ha sottratto completamente. Inizialmente abbiamo provato a colmare le distanze con incontri virtuali fatti di chiamate di gruppo, chiacchierate online e raduni digitali, Instagram, Tik Tok, Clubhouse… siamo ricorsi a gomiti, pugnetti e pacche sulle spalle per riuscire a recuperare, anche solo per un momento, il contatto con l’altro fino ad arrivare alle stanze degli abbracci nelle RSA, magra consolazione per tante famiglie che stanno vivendo una distanza fisica interminabile dai loro cari.
Il contatto fisico con l’altro è un faro nell’oceano della nostra mente.

“Noi Eugenio in via di gioia ci siamo resi conto ad un anno dall’inizio della pandemia di quanto la nostra musica senza quel contatto abbia perso buona parte del suo coinvolgimento, vibrazioni e frequenze. Noi stessi senza quel contatto fisico con l’ascoltatore disperdiamo gran parte dell’energia che invece abbiamo sempre trasmesso fisicamente a chi ci ascolta suonando per strada, ad una cena con gli amici, in un laboratorio scolastico o ad un grande raduno o concerto ufficiale. Nelle interviste negli anni passati non facevamo altro che ripetere che la nostra musica è fatta di parole e note in continua interazione con le persone che vengono ai nostri concerti o che si fermano mentre cantiamo per strada. Oggi quell’idea da supposizione è diventata una certezza: senza un interlocutore viene meno il secondo soggetto del dialogo, senza un contatto fisico viene meno l’esponenziale scambio di energie.”

Fare a meno dell’abbraccio nella propria vita è un po’ come eliminare la media ponderata dalla matematica statistica. Come un abbraccio è il dialogo, una partita a ping pong. Da soli possiamo fare ben poco per immergerci e comprenderci, capire chi siamo e cosa siamo, ma soprattutto dove stiamo andando.

Testo di Eugenio Cesaro e Andrea Vico