Nel 1951 Isaac Asimov, scrittore di fantascienza, aveva immaginato che nel giro di due secoli le scuole si sarebbero estinte e che i bambini avrebbero seguito lezioni impartite da macchine.  Se da un lato non possiamo ancora sapere come sarà il suo immaginario 2157, dall’altro è chiaro già ora, soprattutto dopo il COVID-19, che la tecnologia non possa – né debba – restare fuori dal mondo scolastico. Quella che alla fantascienza piaceva pensare come una battaglia tra super-ente digitale e essere umano è in realtà un percorso di apprendimento e insegnamento reciproco, dove la macchina espande le abilità dell’uomo apprendendone i comportamenti e adattandosi ai suoi bisogni.  Analizzare le opportunità e i limiti che il binomio macchina-uomo offre in campo educativo è dunque fondamentale per raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 4 su “Quality Education” (SDG4), critico non solo per l’importanza dell’istruzione in sé, ma anche per la sua interconnessione con tematiche socio-economiche quali la povertà (SDG1: No Poverty), la crescita economica (SDG8: Decent Work and Economic Growth) e la riduzione dell’ineguaglianza (SDG10: Reduced Inequalities).

La pandemia ha avuto un enorme impatto su tutti i settori, ma in particolar modo su quello relativo all’istruzione. Prima dello scoppio del COVID-19, le Nazioni Unite avevano stimato che più di 200 milioni di bambini al mondo non avevano ancora accesso a un’istruzione completa e solo il 60% avrebbe completato la scuola secondaria entro il 2030. La componente geografica rivestiva, e riveste tuttora, un ruolo importante in queste statistiche. Di tutti i bambini al mondo che non erano iscritti a scuola, la metà risiedeva infatti nell’Africa Sub-Sahariana e 97 milioni nel Sud Est Asiatico. A questa situazione generale si è poi aggiunta la crisi causata dalla pandemia, che ha normalizzato su scala globale le disuguaglianze e costretto le scuole a chiudere in via temporanea,  sviluppando nel frattempo nuovi metodi d’insegnamento. 

Le necessità emerse durante la crisi sono tante che l’UNESCO ha lanciato la COVID-19 Global Education Coalition a supporto dei singoli paesi. Parte del compito di questa iniziativa che unisce le Nazioni Unite, organizzazioni no profit, corpi civici e partner IT, è di aiutare a mobilitare risorse e implementare soluzioni innovative per fornire istruzione da remoto. Per quanto infatti la digitalizzazione fosse in corso ormai da decenni, è stato indubbiamente il COVID a rendere il suo progresso necessario e urgente, costringendo il mondo a guardare con occhio attento come l’educazione digitale avrebbe cambiato il modo di imparare. 

Oltre a permettere la continuità dell’apprendimento, la tecnologia ha portato, e può continuare a portare, vantaggi significativi, primo fra tutti l’allargamento esponenziale del bacino d’utenza. La digitalizzazione permette infatti la condivisione di contenuti e qualità di insegnamento paritarie che consentono a ragazzi in un villaggio in Tibet, per esempio, di seguire una lezione tenuta da un professore di Harvard. Spronata da avanzamenti negli studi di Intelligenza Artificiale, la tecnologia consente inoltre una maggiore personalizzazione di contenuti e approcci pedagogici. Se in una classe fisica non si può che procedere a una velocità di insegnamento che rispecchia la “media”, ignorando i bisogni degli estremi della curva, strumenti digitali possono invece interagire in maniera diversa a seconda dello studente che hanno di fronte, adeguandosi più appropriatamente alle esigenze e velocità di ognuno.

Nuove esperienze virtuali e interattive possono essere create, aprendo la porta a una serie infinita di innovazioni e facilitazioni anche a livello amministrativo. La correzione di compiti infatti, immaginata da Asimov del tutto meccanica entro il 2157, può diventare a tutti gli effetti un’attività delegata a sole macchine, permettendo agli insegnanti di usare quel tempo per sviluppare attività a più alto valore “umano” aggiunto. 

D’altra parte però l’innovazione tecnologica è lontana dall’essere priva di svantaggi. Le disuguaglianze geografiche citate prima ad esempio diventano ancora più problematiche nel momento in cui prescindere da un’istruzione tecnologica significa prescindere dall’istruzione stessa. Dover imparare a imparare può risultare problematico nei paesi e/o nelle comunità più povere dove non si ha sempre accesso a energia o strumenti digitali e, anche se ci fosse, mancherebbero le capacità dei genitori di aiutare i figli piccoli a seguire le lezioni online.

Senza andare lontano, il tasso di digitalizzazione italiano è piuttosto basso quando paragonato agli altri Stati membri dell’UE (25° posto su 28). Secondo la Commissione Europea, se si parla di trasformazione digitale, solo Bulgaria, Grecia e Romania hanno risultati peggiori dell’Italia in Europa. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca riporta che in media, in Italia, il 31% dei dirigenti scolastici afferma che la qualità dell’istruzione nella propria scuola è frenata da una inadeguatezza della tecnologia digitale per la didattica (25% media dei Paesi OCSE TALIS). Dato preoccupante se lo si pensa proiettato in un futuro altamente digitale. Ma i problemi tecnici non sono gli unici annessi all’istruzione 4.0. Da non tralasciare infatti è anche la mancanza di opportunità di socializzare, discutere di persona e, nel caso dei bambini, di giocare.
Ogni percorso personale e accademico viene sempre influenzato, in un modo o nell’altro, dall’interazione con altri pari. Che si tratti di un campus universitario o di un’aula elementare, lo scambio di idee e giochi è fondamentale per la formazione, umana e non, di ognuno, soprattutto a parziale compensamento di differenze sociali. 

La domanda dunque che sorgerebbe spontanea è: come si può replicare l’esperienza scolastica “fisica” nel mondo digitale?, ma si commetterebbe un errore. La tecnologia non è – solo – un mezzo di traduzione: è un mondo a sè. Pensare di traslare esperienze fisiche in esperienze digitali va a danneggiare sia le une che le altre. La vera sfida non è replicare le stesse pratiche, ma trovarne di nuove che servano gli stessi obiettivi. La scuola non deve essere necessariamente legata a uno spazio fisico, ma può essere approcciata come piattaforma di scambio e apprendimento che deve svilupparsi in modo tale da non rinunciare ai benefici portati da quella fisica. Vecchi obiettivi, nuovi strumenti. Se è la reazione live degli studenti che viene a mancare, gli insegnanti potrebbero provare a fare lezioni con una diretta di Instagram, contando sulle emoji condivise per misurare la risposta della classe, ad esempio, come alcuni hanno fatto durante la quarantena. Imparare a insegnare e imparare nasconde in realtà infinite opportunità di crescita e sviluppo sostenibile. In questo senso l’educazione tecnologica rappresenta un’innovazione sociale e, come tale, si inserisce in quel contesto di soluzioni creative, più efficaci e fuori dal “noto”, che possono contribuire non solo al profitto economico ma anche al miglioramento della qualità della vita delle persone. La durata dell’emergenza ci ha positivamente costretti a trovare soluzioni scalabili e di lungo periodo per gestire una nuova quotidianità. Per il mondo dell’istruzione la pandemia è stata una sfida senza precedenti che ha dovuto tenere in considerazione una moltitudine di fattori, dalla capacità di rispettare i programmi e le scadenze, alla diversità di metodi di insegnamento alle disuguaglianze sociali, familiari e comportamentali degli studenti. Per non perdere il suo ruolo fondamentale all’interno del contesto sociale, all’istruzione tocca quindi esplorare nuove soluzioni, ripensando un approccio pedagogico che intrecci aspetti umani con quelli tecnologici.  

Quando passerà la tempesta scatenata dalla pandemia, le scuole scopriranno che il mondo come lo conoscevano non esiste più. Se da un lato potranno tornare a svolgere lezioni “alla vecchia maniera”, dall’altro non avranno più la possibilità di voltare le spalle alla tecnologia o ignorarne la necessità. In un mondo lacerato dalla disoccupazione e continuamente rimodellato dalla Quarta Rivoluzione Industriale, la “nuova” scuola avrà l’onere e l’onore di preparare i suoi studenti a quel mondo. Le disuguaglianze rese tangibili e evidenti durante la pandemia non potranno più essere ignorate, e tutti – studenti e insegnanti allo stesso modo – vorranno e dovranno fare in modo che la forbice socio-educativa si riduca. 

Einstein diceva che la follia “sta fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.
È giunto il momento di uscire dalla follia e cercare nuovi metodi per rispondere a vecchi problemi, superandoli insieme a quelli che emergeranno. 

Giorgia Ortolani e Fabiola Gullì (Global Shapers Milan Hub)

Illustrazione di Asami Gambino, Elena Serra e Filippo Mola.