Ciao,

Il 26 settembre, lo stesso giorno in cui  è partita la vostra campagna, io sono partita per la Tanzania, per un’esperienza di volontariato con un progetto che si occupa di formazione di insegnanti di scienze. Ho passato un mese e mezzo in un posto incredibile, nella regione di Morogoro, nella parte centrale del paese. Vivevo in un villaggio perso nel nulla e a contatto con una realtà completamente diversa dalla mia. Incoraggiata dalla vostra iniziativa, già pochi giorni dopo essere arrivata, ho pensato che una volta tornata nella mia città avrei voluto lasciare la mia lettera al prossimo. Infatti intendo raccontarvi la mia esperienza in un paese in via di sviluppo e interrogarmi con voi sul fatto se è giusto che chi vive in certi paesi risenta degli effetti del cambiamento climatico pur conducendo, in generale, una vita molto meno impattante e più sostenibile in termini di sprechi, riutilizzo e emissioni. In Tanzania è vietato girare con una busta di plastica o si rischia una multa, per dire. 

Di solito il periodo tra ottobre e novembre dovrebbe essere la “stagione delle piogge leggere”; nella realtà ha piovuto tantissimo, tanto che i locali non sapevano spiegarsi la quantità d’acqua che si è riversata sui loro terreni. Anche se, da quanto ci raccontavano, da anni stanno adattando le loro abitudini nei tempi di coltivazione ai nuovi fenomeni metereologici che subiscono. Però lì le idee di “cambiamento climatico”, “riscaldamento globale” e cose simili non sono così diffuse come da noi, sicuramente non tra chi vive nelle zone rurali coltivando e allevando bestiame.  Inoltre nel posto dove si svolge il progetto si trovano ad affrontare un altro grande problema, che può comportare anche eventi naturali catastrofici: un’incontrollabile erosione del terreno dovuta alla selvaggia deforestazione dei loro terreni. Lì tagliano moltissimi alberi, illegalmente, per produrre carbone. Questa cosa mi ha particolarmente colpita perchè più spesso si sente parlare di deforestazione come dell’opera di grandi allevatori di bestiame che disboscano per necessità di grandi appezzamenti di terreno. Invece nella zona di Lukwambe, il villaggio dove stavo, persone che  ci vivono, in maniera umilissima in case di terra, usano tagliare tronchi di alberi senza una pianificazione per poi bruciarli sotto un cumulo di terra, ricavarne alcune sacche di carbone  e venderle ai bordi delle strade per ricavare, dal lavoro di almeno tre settimane, non più di 30 dollari americani.

Aldilà dell’emissione di anidride carbonica dovuta alla reazione di combustione, questo metodo di produrre carbone (che in Tanzania è la principale fonte energetica per cucinare, cioè per poter mangiare) è assolutamente non sostenibile. Infatti la disponibilità di legna da bruciare nella regione finirà presto, perchè non piantano nuovi alberi;  il terreno è devastato dalla mancanza di radici e esposto a fenomeni di erosione; e il guadagno che si ottiene non è per niente commisurato alle energie e alle ore di lavoro richieste. Tuttavia io mi sono chiesta: come facciamo noi a spiegare a chi non è sicuro di avere i soldi per arrivare a domani, o per sfamare i suoi figli, che questa pratica non è sostenibile? che tra 10 anni non potranno più guadagnare in questo modo perchè non avranno più niente da tagliare? In che modo possiamo comunicargli che il suolo, l’ecosistema e la biodiversità vanno preservati se a loro questo serve per vivere oggi?

Insomma, per me, che abito a Roma tra mille agi, è piuttosto facile condannare chi deforesta perchè, come mi insegnate, una delle poche cose che possono arginare il riscaldamento globale e tutti gli altri effetti del cambiamento climatico sono gli alberi. Ma mi sembra troppo ingiusto che i paesi in via di sviluppo sono i più soggetti a tutti i fenomeni catastrofici conseguenze di questi cambiamenti climatici senza aver beneficiato dello sviluppo insostenibile che ha permesso il nostro di avanzamento. E oltretutto devono anche cercare di arginare il problema che noi abbiamo causato e ridurre i danni a proprie spese. Quindi, a conclusione della mia lettera, volevo solo chiedervi un parere su questo fatto. Se parlerete di eventi catastrofici dei paesi in via di sviluppo dovete parlarne per forza perchè nel 2050 tutti gli abitanti dell’Africa staranno qua da noi, staremo un bel po’ più stretti. 

Un saluto a tutti i vostri seguaci, bella!